Beato Angelico

BEATO ANGELICO

Tratto da Treccani, Enciclopedia dei ragazzi (2005)

di Bettina Mirabile

Il frate che dipinge la luce divina

Vissuto a cavallo tra Trecento e Quattrocento, Angelico è un frate domenicano con un grande talento per la pittura. Mettendo questo al servizio della fede crea immagini per la preghiera e la meditazione e adatta il suo stile al pubblico a cui si rivolge: opere ricche e preziose per i fedeli, severe per i frati del suo convento, solenni per il Papa e la curia di Roma.

Un pittore proclamato beato

Angelico fu un frate di umili origini che ebbe due vocazioni nella sua vita: la pittura e la fede religiosa. Nato a Vicchio, vicino Firenze, intorno al 1395, inizia a dipingere prima di diventare frate domenicano con il nome di fra’ Giovanni e continua a farlo anche quando viene nominato priore del convento di S. Domenico a Fiesole. Poco dopo la sua morte, avvenuta a Roma nel 1455, è già conosciuto da tutti come l’Angelico e con il passare dei secoli la gente inizia persino a chiamarlo Beato Angelico, senza aspettare che la Chiesa nel 1982 lo proclami davvero beato!

L’Angelico ha saputo fondere le due vocazioni in una sola: la pittura per lui non illustra solo le scene del Vangelo, ma deve insegnare con le immagini e contribuire alla salvezza delle anime. La luce dorata che investe le sue figure ha un valore mistico: è espressione della Grazia divina che salva l’uomo e per questo rasserena l’animo.

Luce divina e ambienti reali

Attorno alla figura del frate pittore sono nate molte leggende. Si racconta che non dipingeva se prima non aveva pregato e non correggeva mai le sue opere, perché era convinto che ogni pennellata avesse un’origine divina. Per tutta la vita dipinge soggetti sacri: Annunciazioni, scene della Passione, Madonne in trono e santi. Eppure introduce in queste composizioni solenni un tocco di realismo, le figure appaiono concrete e solide e ricordano lo stile del grande artista Masaccio. Bisogna pensare che Beato Angelico vive sul confine fra due epoche: il Trecento ‒ un secolo in cui ancora è viva la tradizione medievale che esalta le stoffe preziose e usa gli sfondi dorati ‒ e il Quattrocento, durante il quale si afferma la cultura del Rinascimento e in pittura trionfano il realismo e le regole della prospettiva. L’Angelico risente di entrambi i gusti e gli stili. Questo si vede bene nei dipinti per gli altari (le pale), costituiti di una tavola grande, su cui di solito è dipinto il soggetto principale, appoggiata su una base (predella). La predella è una lunga tavola divisa in tanti riquadri più piccoli, su cui sono raffigurati racconti.

Mentre le figure principali, i santi e la Vergine, appaiono solenni e monumentali, le scene dipinte sulla base descrivono episodi della vita dei santi con una narrazione vivace: le ambientazioni ricordano scorci della Firenze dell’epoca, con gli edifici in prospettiva e i personaggi vestiti alla moda. La luce diventa reale, fa risaltare oggetti e figure, ravviva i colori brillanti, dà unità alla scena e sembra creare ombre concrete.

A ogni pubblico il suo stile

Beato Angelico adatta lo stile a seconda del pubblico per cui dipinge. Convinto che la fede possa salvare l’uomo, descrive la bellezza del Creato con una luce soave per suscitare la meraviglia dei fedeli. Ma quando affresca le celle dei frati nel convento di S. Marco a Firenze il suo tono diventa severo, i dettagli vengono ridotti all’essenziale o trasformati in simboli e i colori diventano scuri. Gli affreschi descrivono episodi della Passione di Cristo e con la loro drammaticità invitano alla meditazione e al pentimento. L’Angelico dipinge la croce, i chiodi, la lancia, la tomba, il Cristo risorto e inserisce in ogni scena un frate in preghiera come testimone di un evento sempre attuale.

La fama del Beato Angelico giunge anche a Roma, dove lavora per i papi Eugenio IV e Niccolò V e dove, influenzato dai solenni cerimoniali della corte vaticana, adotta uno stile elegante e un tono celebrativo, determinati anche dalla tradizione classica della città.